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Il divario interno

La stragrande maggioranza della popolazione mondiale, come abbiamo appena visto, è ancora lontana dal beneficiare della grande trasformazione dovuta alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; gran parte di questi individui sono concentrati nel sud del mondo, nei paesi in via di sviluppo.

E’ altrettanto vero, però, che il digital divide, non riguarda solamente il gap esistente tra i paesi in via di sviluppo e le nazioni industrializzate, ma anche, forse meno drammaticamente, proprio quel mondo occidentale avanzato dove le nuove tecnologie sono nate, si sono sviluppate, hanno generato modelli culturali vincenti.

La prima frontiera del digital divide è infatti quella interna ai paesi sviluppati. Se non si tiene questo in considerazione, risulta difficile anche avere una prospettiva corretta del divario digitale, e qualsiasi altra istanza di colmare la sperequazione comunicativa rischia di essere compromessa (Zocchi, 2003, p.108).

Secondo Dutton (2001) il problema è essenzialmente relativo all’enorme mole di dati che non si ha la possibilità di filtrare, poiché ogni individuo si trova, indipendentemente dalla locazione fisica, su una sorta di autostrada informatica che, relativisticamente, non rappresenta né un luogo né un tempo specifico (ivi, pp.190-191).

Come afferma Castells (2002), non ci si può far nulla, visto che le tecnologie si espandono in maniera selettiva: “la velocità di diffusione tecnologica è selettiva sotto il profilo sia sociale sia funzionale.

La sequenza differenziale nell’accesso al potere della tecnologia dei popoli, paesi ed aree geografiche, costituisce una causa decisiva dell’ineguaglianza della nostra società.” (ivi, pp.34-35).

Tale selettività però non corrisponde ad una precisa appartenenza a “caste” tecnologiche, bensì ad una riconoscibilità di identità che pone gli individui ed i gruppi al centro o in periferia, a seconda della loro integrazione all’interno della società dell’informazione. In altre parole, questa specie di mappatura genera un naturale divide tra i fruitori che, in molti casi, non dipende esclusivamente da indicatori sociali legati al reddito o alla cultura – anche se comunque esiste una certa relazione tra questi e l’accesso alle ICT – ma dal livello di integrazione e accesso ai meccanismi comunicativi della società: l’appartenenza sociale come categoria, quindi, si gioca sempre più su un terreno di inclusione nella società della conoscenza e dell’informazione.

L’integrazione all’interno di questa società dipende da molti fattori, ma in primo luogo essa fa leva sulla forza che una comunità sociale riesce a generare per sconfiggere o arginare le situazioni di isolamento. Essere integrati nella società digitale è ovviamente molto più facile per un giovane con alta scolarizzazione e fortemente impegnato professionalmente, che non per un anziano isolato nelle campagne. Secondo Zocchi (2003), quindi, appare evidente che gli elementi che determinano l’esistenza di un digital divide interno alle nazioni sviluppate, pur consistendo in un sottoinsieme del divario globale, insistono maggiormente sulle problematiche di integrazione anagrafica e culturale, piuttosto che sull’isolamento geografico, sul reddito e sull’arretratezza strutturale delle comunità – pur restando, questi, fattori estremamente importanti.

Il divario interno non permette alla società dell’informazione nel suo complesso di costituire un insieme coeso e condiviso ma, anche all’interno delle zone più ricche del mondo, rischia di approfondire l’emarginazione e di inasprire le disuguaglianze.

Per comprendere la reale portata del digital divide in generale, è pertanto necessario definire il divario interno ai singoli stati, dove le disuguaglianze nell’accesso e nell’uso delle ICT crescono secondo distinzioni di: (1) reddito, poichè i gruppi sociali più ricchi hanno possibilità di accesso alle ICT e di ricambio tecnologico maggiori; (2) educazione, poichè gli individui con titoli di studio superiori hanno maggiore possibilità di produrre informazioni corrette; (3) regione geografica, poichè le zone urbane hanno un tasso di penetrazione delle ICT e di sviluppo dei servizi molto più alto che le zone rurali; (4) razza, poichè gli individui bianchi hanno maggiori possibilità di uso delle risorse tecnologiche che i neri o gli ispanici; (5) genere, in quanto le donne sono svantaggiate nell’uso e sono sottorappresentate ai vertici della net economy; (6) età, poichè i giovani risultano più competitivi e più predisposti al cambiamento degli anziani.

Se questi sono i confini attraverso i quali cresce, pressoché in tutti i paesi, il divario digitale interno, esso va sempre e comunque messo in relazione con quello che è il digital divide tra le diverse regioni del mondo, poichè l’obiettivo dell’accesso effettivo e diffuso alle ICT, ai loro vantaggi e benefici richiede la compresenza di tecnologie di base, di un’efficiente sistema formativo e di efficaci istituzioni democratiche (Marelli, 2002).

L’opportunità di generare modelli sostenibili, per la trasformazione del futuro digitale del mondo, non può dunque prescindere dalla trasformazione culturale delle società che riguardano alla cultura occidentale, e dalla diffusione massiccia della cultura dell’informazione e della digitalizzazione in ogni fascia sociale.

Un simile passaggio lo si può ottenere mirando innanzi tutto a capire cosa si ottiene e come lo si ottiene, ma anche individuando l’atteggiamento culturale che sottende tale comunicazione. Un primo passo per colmare il divario digitale interno sembra dunque, quello di un atto di maggior impegno da parte dell’utente nell’interpretazione e nell’assimilazione delle informazioni che riceve, il che sottintende anche un atto di fiducia, indispensabile perché un programma di alfabetizzazione informatica possa garantire una diffusione delle conoscenze relative all’uso e alle applicazioni delle ICT.

L’incertezza legata alle nuove tecnologie costituisce uno dei ritardi principali da parte di intere fasce sociali ad integrarsi nell’ambito delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Zocchi, 2003, pp.113-115).

In questa prospettiva è necessario dotarsi degli strumenti di comprensione per poter individuare azioni esplicitamente rivolte all’inclusione; per questo, è importante capire quali sono le aree maggiormente interessate da questo fenomeno interno.

Tesi di Laurea in Comunicazione Politica :
"Democrazia e nuove tecnologie: rischi di esclusione e opportunità di partecipazione"

di Sara Cirulli


- Universita' per Stranieri di Perugia -
- Facolta' di Lingua e Cultura Italiana -
- Corso di Laurea in Comunicazione Internazionale -